lunedì 11 febbraio 2008

Il nodo dell'assorbimento del superminino

Ritengo che nel corso di questa trattativa siano stati fatti degli errori principalmente di metodo, che poi hanno condotto ad un’ipotesi di accordo che poco ha a che fare con la piattaforma presentata dai sindacati e sostenuta dalla stragrande maggioranza dei lavoratori.
Quando la trattativa è cominciata, tutti eravamo consapevoli del fatto che la nostra piattaforma fosse ambiziosa per i contenuti importanti, dal punto di vista dei diritti, e anche innovativi. Ma quanto più la piattaforma è rispondente alle esigenze espresse dalle lavoratrici e dai lavoratori, tanto più si deve, poi, contare sul loro sostegno, soprattutto nei momenti delicati e difficili.
La richiesta salariale di 117 euro medi era scaturita da una lunga analisi, e un altrettanto lungo confronto tra FIM, FIOM e UIM, che teneva conto del reale andamento dell’inflazione, sensibilmente al di sopra di quella programmata e, aggiungo, molto dissimile da quella rilevata dall’ISTAT, ma anche della sussistenza di condizioni congiunturali favorevoli, grazie alla ripresa economica e alle misure messe in atto dal Governo per favorire la competitività delle imprese. Quindi, su questo punto c’è subito da dire che era evidentemente pretestuosa la posizione di Federmeccanica, che, legandosi alla lettera all’accordo del ’93 controproponeva 63 euro di aumento: la politica di contenimento salariale non puo’ che basarsi su una efficace politica di controllo e di contenimento dell’inflazione, mentre e’ sotto gli occhi di tutti che da almeno un decennio l’inflazione è totalmente fuori controllo. Quindi, dal mio punto di vista, questa posizione doveva essere messa a tacere da subito, sulla base di questa semplice argomentazione. Invece, in modo propagandistico e pretestuoso, Federmeccanica ha fatto leva sulla crisi del modello contrattuale (sulla quale siamo tutti d’accordo, avendo, pero’ visioni profondamente diverse circa le modalita’ di uscita), per legare il resto della nostra rivendicazione economica alla “produttività”: e qui, sappiamo che, al nostro interno, le posizioni sono differenti, ma se queste cose non ce le diciamo tra noi, visto che insieme comunque si lavora, a chi le dobbiamo dire?
Dal mio modesto punto di vista, non permettendomi di mettere in discussione quanto dicono gli economisti circa la produttività nel nostro Paese, dico però che la soluzione va cercata altrove, non di sicuro nell’allungamento del nostro orario di lavoro, o nella compressione dei nostri salari o dei nostri corpi: va cercata negli investimenti che le aziende non fanno nell’innovazione tecnologica o in una migliore organizzazione del lavoro (che permetterebbe di valorizzare il nostro patrimonio culturale per competere con gli altri Paesi tecnologicamente avanzati), perche’ sono troppo preoccupate a intascare profitti e stipendi da capogiro. Non sarà anche l’altissima sperequazione sociale a creare forti squilibri nell’economia del nostro Paese? Aperta e chiusa la parentesi. Su questo aspetto del salario e della produttività abbiamo perso di vista il nostro percorso (la nostra piattaforma rivendicativa) e ci siamo fatti guidare sulla linea delle “rivendicazioni”, se così si possono chiamare, della nostra controparte. Ciò è emblematico della crisi del modello concertativo del ’93, visto che, ad ogni rinnovo, a fronte della legittima richiesta di adeguamento della retribuzione al costo della vita, si perde qualche pezzetto in termini di diritti. E questo, care compagne e cari compagni, dal mio punto di vista è stato il primo errore.

Il secondo errore è stato, a mio parere, il fatto di subire i diktat e i ricatti della Federmeccanica. Tutti eravamo intenzionati a chiudere il contratto in tempi decenti (chi se li dimentica più i 13 mesi del precedente rinnovo economico?) ma dove è scritto che se non si chiude entro i tempi che dice la controparte e alle sue condizioni, allora questa si senta autorizzata a procedere unilateralmente? Cosa c’è, la dittatura di Federmeccanica? Trovo, senza esagerare, eversivo un tale atteggiamento della controparte e del tutto inaccettabile, nei principi e nella sostanza, da parte della delegazione sindacale. E qui, chiedo venia, gli altri errori si sono susseguiti a cascata, perche’ di fronte a queste enormi difficoltà, evidenti, della trattativa, si doveva tornare dai lavoratori, si doveva inasprire la lotta, magari con uno sciopero generale della categoria e manifestazione nazionale.
Perché, poi, non è stata mai convocata, nel corso della trattativa, l’Assemblea Nazionale? Non si discute del suo ruolo esclusivamente consultivo; la titolarità resta tutta alla delegazione trattante, la quale, semplicemente, avrebbe potuto servirsi a proprio beneficio di questo strumento. Invece, il non aver voluto mollare il tavolo del confronto, sotto il ricatto delle minacciate azioni unilaterali della controparte, ha prodotto un risultato frettoloso.
Nessuno si è accorto, in questa operazione affrettata, dell’enorme pericolo della formulazione che si è data della clausola di non assorbibilità: qui mi rendo conto di affrontare un argomento sconosciuto ai molti di questa platea ma, vi assicuro che, tra breve tempo, il problema sarà chiaro a tutti. Voglio essere diretta: il problema vero di questa clausola non consiste nel fatto che si perde il contatto con i lavoratori “più fortunati” che ricevono stipendi più alti in virtù dei superminimi assorbibili.
Il pericolo, enorme, è che con una clausola così, si legittima la pratica degli assorbimenti, consegnando di fatto nelle mani delle aziende la questione retributiva che viene così sganciata dal CCNL. Quello che mi aspetto nei prossimi mesi e anni è l’estensione di tale pratica in tutte le grandi aziende (Mirafiori inclusa, per dirne una), al fine di rompere la compattezza dei lavoratori, i quali, quando si tratterà di scioperare per il rinnovo contrattuale che non porterà, di fatto, nelle loro tasche alcun beneficio economico, ci penseranno dieci volte. L’impressione che ho, ma spero di sbagliarmi, è che quello che leggiamo sui giornali, a neanche un giorno di distanza dalla chiusura del contratto dei metalmeccanici, circa il progressivo svuotamento del contratto collettivo nazionale, auspicato da Montezemolo ma anche dalla CISL e dalla UIL – inutile nasconderlo –, a favore di non so bene cosa, visto che la contrattazione aziendale non si fa neanche nelle aziende che godono di ottima salute, è già, subdolamente e indirettamente, cominciata, proprio a partire dall’aspetto economico, che, come sappiamo, trascina poi con sé tutto il resto.
Anche qui, tutti sappiamo che le posizioni al nostro interno sono diverse ma, per favore, cerchiamo di essere consapevoli di quello che succede, non prendiamoci in giro e prepariamoci ad affrontare anni difficili per le lavoratrici e i lavoratori, ma anche per il sindacato.
Se, come succederà, bisognerà ridiscutere il modello contrattuale, ho delle richieste da fare:

sul metodo:
1. che si discuta nei luoghi di lavoro una piattaforma che venga sottoposta al consenso dei diretti interessati, prima di essere presentata alla Confindustria;
2. che si chieda il sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici durante la trattativa, affinché venga accolta l’impostazione di massima presentata dal sindacato;
3. che si sottoponga a referendum certificato l’ipotesi di accordo tra tutti i lavoratori e le lavoratrici;

sul merito:
4. che, almeno, si contempli l’ipotesi del ripristino di meccanismi automatici di adeguamento dei salari al costo della vita, perché le mobilitazioni che ci aspettano saranno per la riconquista dei diritti progressivamente persi, in questa fase storica chiaramente regressiva.

Sabina Carli
RSU Softlab

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